Natale sì, Natale no

Per qualche giorno ci ha tenuto attaccati al televisore;  si tratta della notizia che in una scuola elementare  del milanese era stato annullato il classico concerto di Natale per non urtare la sensibilità dei musulmani,  facendolo diventare un concerto d’inverno intonato alle stelle.

Ma i musulmani hanno risposto che a loro il Natale piace, perchè piace anche ai loro bambini (e da insegnante lo confermo, loro lo amano perchè anche loro a Natale fanno i regali ai loro bambini nel nome di un Gesù che è riconosciuto nel Corano  come un grande Profeta).

E allora la vera ragione era che un gruppo di genitori laici, ossia atei, hanno fatto richiesta di non dare alla scuola dello Stato  con questo evento un carattere particolarmente confessionale.

La soluzione poteva essere spostare il concerto a Gennaio, dopo le feste natalizie, e intonarlo alla magia delle stelline e non alla discesa del Cristo sull’umanità del mondo.

Ben presto il fatto è stato dibattuto in tutti i maggiori canali televisivi e in tutte le trasmissioni di dibattito politico e sociale, oltre che sui quotidiani, e molti genitori hanno fatto sentire il loro disappunto: la sintesi della replica è stata che non si deve abbandonare le proprie tradizioni, le proprie radici, meno che meno per la presenza di una minoranza musulmana che oltretutto da noi è ospite e dunque dovrebbe semmai avere il pensiero dell’integrazione e non dell’invasione e della divisione.

Poveri musulmani, per questa volta non centravano proprio nulla (anche se qualcuno tra loro interrogato per strada ha avuto la spudoratezza di rispondere che era giusto eliminare questo evento che non riflette la loro cultura).

Questa volta la colpa è stata tutta proprio di noi italiani, di noi non credenti, stanchi o irritati di trovarci una scuola dove è ancora massiccia e dominante la cultura religiosa, che viene vissuta come una scorrettezza nei confronti di chi appunto non crede e vorrebbe una scuola laica, o meglio, atea, atea, assolutamente ATEA.

Io non sarei tanto certa del fatto che prima o poi questo nuovo pensiero che poi di nuovo non ha molto, così come sta accadendo per la trasformazione di idea di famiglia attraverso il pensiero gender, non avrà nel tempo la sua evoluzione ed il suo intaccamento.

Forse si imporrà come sta accadendo per il settore  sopra citato, in maniera sotterranea e silente (perchè se accadesse in maniera  verace  e  costruttiva  potremmo diventare   tutti più capaci di trasformarci nel tempo in consapevoli comunità di accoglienza); forse avverrà attraverso la manipolazione delle carte, dove si darà un tono di civilizzazione e di innalzamento a un qualcosa che molto semplicemente ha in odio il dominio di un credere che per secoli ci ha tenuto assoggettati, ma che anche da secoli è la luce che illumina una parte della terra e del cielo, quella che il mondo spesso dimentica.

Non credo che ci sia qualcosa che sia per sè sempre positivo, come non esiste qualcosa che sia in sè tutto negativo.

Nel nome del dialogo e dell’incontro io credo che  gli atei ed i cristiani non si devono dichiarare guerra. Ci mancherebbe solo che in un momento di estrema difficoltà come quella   che stiamo attraversando, possa accadere che il mondo civile si divida su questioni di laicismo e di capacità alla tolleranza.

Sempre  da insegnante nel cuore mi viene da pensare ai bambini, che il Natale lo attendono, lo vivono, lo vedono fin dalla culla, lo sentono raccontare, e se hanno la fortuna di avere anche buoni maestri possono arrivare anche a comprenderlo e a sceglierlo piuttosto che subirlo.

Sempre liberi di arrivare un giorno a buttarlo, a cestinarlo, a sostituirlo con qualcosa d’altro, dopo avere deciso consapevolmente che così andrebbe fatto.

Ecco che duemila anni di storia si stanno mettendo in gioco, di fatto, dietro a cambiamenti che possono essere passati come inezie e cose di poco conto.

Il fatto è che non è solo di tradizioni che il mondo ha bisogno, ma bensì di convinzioni, di passioni appassionate, di stili di vita coerenti e consapevoli,  di desideri profondi, di sostanzialità  conquistate nel senso di fatte proprie.

E mai, mai, mai, nel nome della violenza ceca che spara sul mucchio.

Di certo  il  nostro quotidiano  si  evolve  sulla pelle degli infanti,  che sono e che diventeranno quello che a loro faremo vedere di saper essere, pensare, fare.

 

 

 

 

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