la competenza linguistica

Siamo prossimi al nuovo ciclo sul tfa relativo al sostegno.
Non c’è docente precario che non stia cimentandosi sulle competenze d’insegnamento e sui bisogni educativi speciali.
Tra le moltissime che ci vengono richieste starebbe la competenza linguistica, che detta in poche parole è la capacità di parlare, scrivere, leggere e comunicare.
Certo, che scrittori saremmo se non fossimo capaci di comunicare qualcosa mentre che stiamo impegnati nell’uso delle parole?
E si spera qualcosa di positivo, che per comunicare cose negative siamo abili tutti, senza neanche bisogno di dover fare troppa fatica.
Non è per nulla cosa facile, è garantito.

La competenza linguistica è forse tra le più complesse e insidiose, perchè si acquisisce con il grande amore per la parola, che spesso viene svenduta come una cosa elementare e scontata, mentre invece è una vera e propria arte così come lo è saper dipingere piuttosto che scolpire o creare opere d’ingegno.

Per esempio, si legga una serie qualunque di domande con risposta pilotata, di quelle che i corsi di formazione ci forniscono in batterie cospicue.
Non basta ritrovarci in linea su quello che è la giusta comprensione, occorre ricostruire le parole che stanno nella giusta risposta, che non sono per nulla occasionali o facilmente sostituibili.

Tra le varie competenze del campo, quella che più mi affascina è quella relativa alla capacità di interpretare.
Le stesse parole dette con una intonazione piuttosto che con un’altra, o le stesse parole sentite in un momento piuttosto che in un altro, o le stesse parole dette da tizio piuttosto che da caio, e ancora, le stesse parole dette in una lingua piuttosto che in un’altra, pur essendo identiche, possono fare immaginare mondi totalmente differenti.

Scrivere, usare la parola, consegnare significati, è come scavare delle grandi buche, o mettere sassolini una sopra gli altri, secondo un ordine in apparenza disordinato, ma che invece è consequenziale e concatenante, ovviamente se ben fatto.

Per chi intende usare il segno della lingua, raccomando sopra ogni altra cosa la capacità e l’intenzione di avere qualcosa di vero da raccontare o da trasmettere.
(Si chiama fàtica, con l’accento sulla prima a, che sta ha sottolineare la fatica intellettuale più che la fatica fisica.)

Se non di vero, almeno di non dannoso.

Se poi il vero diventa anche bello, allora potremmo dire che abbiamo fatto centro e che la nostra competenza linguistica si è trasformata in espressione creativa.

E che la nostra lingua è diventata poesia cioè qualcosa di vivente per se stessa, capace di produrre nuovi pensieri e nuove emozioni.

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