dentro il segno sta il mondo

e dentro il mondo sta la vita.

Cominciamo  col dire che la pedagogia nasce con Socrate, che  si pone come un grande maestro  di verità, tanto grande che lo condannano a morte  per il suo essere incorruttibile e scomodo. Si sarebbe potuto salvare, ma si rifiuta di sottrarsi al verdetto degli uomini che lo avevano giudicato pericoloso e inadeguato all’insegnamento (lui, che è entrato nella storia come il Maestro per eccellenza)

Dopo Socrate tutta la pedagogia rimane in un certo senso silenziosa  o distratta da tante altre questioni  non espressamente e squisitamente  pedagogiche, cristianesimo in testa, più preso da questioni teologiche e spirituali che da problemi annessi alla crescita e formazione della persona;  questo  fino all’arrivo di Rousseau, il quale rimette al centro dell’educazione e del discorso pedagogico,   il bambino e il suo sviluppo (e proprio questo sarà il suo maggior merito).

Rousseau   lo fa con piglio energico  e dispotico, il dispotismo di chi si sente dalla parte della ragione,  mandando al macero la società corrotta dei grandi e dei potenti che sono solo preoccupati di tenere al guinzaglio i propri interessi; se si vuole educare il fanciullo, basta tenerlo lontano dalla vita di corte, quella che si snoda nei palazzi  del governo,  per proteggerlo da ogni forma di contaminazione irreversibile.

Egli sostiene che la natura del  bambino è di per sè buona,  è solo la società così formata  che lo rovina e lo abbruttisce;  dopo avergli permesso di crescere senza   inquinamenti,  il bambino che diventa fanciullo necessita di educare i propri istinti e interessi, le proprie passioni;  allora potrà giovare mostragli  la sofferenza ed il dolore  che soli possono  avvicinarlo al sentimento  della compassione  verso il proprio simile.

La teoria sarebbe: chi conosce la compassione, non potrà diventare un uomo malvagio.

I limiti  sostanziali  delle grandi intuizioni rousseniane   è che  non è vero che il bambino è di per sè una figura immune dall’errore; come non è vero  che  possiamo allevare una genia di nuovi discenti per garantirci una  genia di nuovi cittadini che sapranno a loro volta costruire una società migliore.

I  bambini così concepiti crescono essi stessi inevitabilmente dentro un contesto sociale che non può non influenzarli;  e non esiste  una separazione netta tra il vecchio e il nuovo, tra il giusto e l’errore, che invece spesso convivono.

Accanto a Rousseau  s’erge la figura di Kant, che se da un lato prende da lui ispirazione, dall’altro se ne distanzia e differenzia per un elemento nuovo e assoluto;  il sentimento del dovere.

Kant per primo ci dice: “Non serve   premiare chi si comporta bene, perchè l’agire bene è una tale gioia che è l’assoluto premio a se stesso”

Ma come insegnare l’amore per il giusto?  Correggendo  le tentazioni che ci portano all’errore,  senza mai esagerare nella  misura repressiva.

Anche  per Kant  noi oggi avremmo le nostre abbondanti osservazioni da fare.

In una società dove tutto è concesso e dove si è smarrito ogni senso della misura, dove non vige la regola  del rispettare le regole, ma semmai la regola del trasgredirle,  ci risulterebbe  assai difficile  far passare l’amore per la legge come un bene innato (l’imperativo categorico) che sta dentro di noi e che ci è premio alla vita stessa.

Non andiamo a toccare il mondo di Freud  che potrebbe soltanto buttarci nel maggiore scompiglio che più scompigliato non potremmo  immaginare.

Sfogliando tutti  i grandi nomi di  questa splendente margherita  che mi si  presenta davanti, alla fin fine a me resterebbero  vivi e lucenti almeno tre petali: il petalo  della  Maria Montessori, il petalo di  Lorenzo Milani e il petalo di Edgar Morin.

Lo so,  sono sempre gli stessi  che ritornano sulla scena,  ma scusate, qualcuno di noi si lamenta che tutti i giorni torna a risplendere il solito e risaputo sole nel cielo?

Davvero, più conosco gli altri e i molti, più torno a innamorarmi sempre degli stessi.

A  dire il vero  gli scopritori di cose specifiche e preziose sono numerosi, e tutti di grande valore,  ma  sono solo quelli sopra citati che  hanno saputo  parlare una lingua complessa, vasta, profonda, infinita e senza  reticenza  alcuna.

La loro sola oscurità  è che  non sono stati subito compresi, i primi due;  rimane aperta l’attenzione verso Morin, ancora vivente e del tutto in azione.

Come si evidenzia, prediligo la pedagogia strettamente legata alla filosofia o all’etica. Per non parlare di Morin che è prima filosofo e semmai solo dopo attento all’educazione e dunque alla formazione delle persone.

Non c’è vera pedagogia che non debba essere essa stessa  filosofica,  e dentro l’essere filosofico  sta l’essere etico, che si interroga sul senso  stesso della vita e sul senso del  male.

Il male, che sembra devastarci in maniera  mai sentita prima.

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