una catena di pensiero

Dunque, tutto si evolve nel senso che quello che scopriamo oggi dipende da quello che è stato scoperto ieri.

Nella storia della pedagogia  facciamo la conoscenza di  J. Piaget che comincia a raccontarci che il bambino apprende per stadi mentali, e che a zero  anni si comporta in una certa maniera, ma poi a due in un’altra e poi  cambiando a sei, e così  di seguito…

Ci dice in poche parole: se il suo cervello funziona così, basta fargli fare e fargli imparare secondo quello che più  si adatta alla sua fase evolutiva.

Lì per lì sembra una magnifica scoperta, ed in parte lo è stata senza dubbio, ma poi ci si chiederà:  il bambino è forse un contenitore dove dobbiamo mettere dentro cose buone, e solo così facendo avremo fatto le cose migliori per lui?  O non è lui che deve anche imparare a decidere per sè e quindi a distinguersi pur essendo in parte simile ai suoi simili? E non è sempre lui che a seconda di dove cresce può accelerare o rallentare il proprio sviluppo? Piaget lancia una pietra che apre molti sottorivoli complessi.

Prima di  Piaget  operava  un certo  J.  Dewey  che ignorando  le fasi dell’apprendimento aveva già   fondato  la scuola dell’attivismo, che pensava una società  ben organizzata come il più grande dei beni possibili. Certo, non si impara solo per biologia o chimica o psicologia, ma si impara per esperienza, con il fare, sperimentare, organizzare…Sì,  ma cosa? e per quale fini? e con quale spirito? e con quale tipo di legame  tra il singolo e il tutto?

Un pò di tempo  dopo  arriva  J. Bruner che  sostiene  che  l’evoluzione del sapere  non può accontentarsi di un momento di  compimento compiuto, perchè  la stessa società dipende dagli stessi individui che la compongono e che sono loro stessi delle menti in ricerca continua, perchè tutto è sempre migliorabile.  Imparare ad imparare significa che tutti possiamo imparare qualcosa, dipende da come ci viene presentato, da quando e da dove. E quando diciamo tutti intendiamo dire anche chi di cose ne sa già molte e ancora ne ha da scoprire. Come chi pur avendo presupposti identici si evolve diversamente a seconda della diversa  cultura a cui appartiene.

In altre parole il sapere va strutturato,  va programmato, va deciso, va scelto, va costruito, così come il sarto costruisce abiti su misura per tutte le misure, e non solo per tutte le misure, ma anche per tutti i gusti, per tutte le esigenze, per tutte le necessità…

Passare dallo strutturalismo al costruttivismo  di tutta la didattica multimediale  il passo sarà breve e scontato.

Nel frattempo  si  congiunge   Edgar Morin che diceva e che dice  che i saperi specialistici e separati hanno rovinato il mondo e la sua intelligenza naturalmente complessa, fatta per stare dentro un vaso  dove tutto si contamina, si contagia, si intreccia, si  accavalla e si determina, si attrae e si respinge, si richiama e si lascia coinvolgere.

Buttiamo dunque a mare il conformismo e l’individualismo, buttiamo a mare i luoghi comuni e i privilegi delle caste, buttiamo a mare l’autoreferenzialità dei dottori  che mai hanno piacere e bisogno di mettersi in discussione e che hanno fatto del  loro sapere un privilegio privato,  un diritto arrogato, perdendo di vista il fine vero della conoscenza  che è il rendere migliore la vita di tutti. Impariamo  a pensare.

Mettiamo al centro del nostro agire pedagogico o  professionale l’uomo e i suoi più profondi bisogni, che sono il sentirsi compreso ed il comprendere.

Comprendere comprendendosi.  E comprendersi  comprendendo.

Non possiamo non citare brevemente un altro autore autorevole all’interno del pensiero pedagogico e didattico contemporaneo, cioè L.S. Vigotskii, il padre della linea storicistica e culturale.

Mentre che questi grandi nostri amici fanno tutte queste cose meravigliose per tutti noi,  ci sono altri spiriti intelligenti (non voglio dire illuminati visto la brutta fine che ha poi fatto l’illuminismo) che ci ricordano che tutto nell’apprendimento e nell’insegnamento, come anche nella vita,  accade dentro una relazione, cioè dentro un io e te, un tu ed io.

Anzi,  prima c’è il tu, che altrimenti non avrei coscienza dell’io.

Non centra nulla con Freud, che è di quelli che rimangono pietre fisse e insuperate, per la banale ragione  che    della mente umana e del suo funzionamento ancora non si conosce quasi nulla, ma  centra con il riconoscimento  della assolutezza della persona.

E questo non centra nulla con l’essere credenti e con il diritto assoluto alla vita.

La vita a mio avviso non è un diritto ma un dono.  E  i doni si devono fare con il cuore, che  altrimenti è meglio non farli.

M. Buber ci parla dell’assolutezza della persona nel senso che  occorre  vivere l’altro come una presenza  preziosa e inviolata   e non come una presenza  squallidamente  manipolabile.

Il quoziente di intelligenza standard misura la nostra capacità logica e linguistica secondo dei parametri legati alla cultura occidentale e scolastica. Ma poi è arrivato  H. Gardner che ci ha raccontato che esistono ben nove forme di essere intelligenti, e che non centrano nulla con l’andare a scuola, con l’essere acculturato o altro ancora.

Prima si insegnava per obiettivi didattici (e guai  per l’alunno a non raggiungerli), adesso si insegna per obiettivi formativi e per  unità di apprendimento formativo che guardano agli obiettivi formativi trasversali, cioè  quegli obiettivi  che trascendono il puro formalismo accademico o curricolare  nel senso rigido del termine (e guai per la scuola che evita di mettere in campo ogni genere di strategia possibile).

Forse prima le cose si guardavano dall’alto, adesso si guardano da dentro, dal mezzo, dal centro.

E la rete tra le varie cose che cambiano e che fanno cambiare, è una di quelle  meglio candidata ad aiutare l’umanità a progredire.

Forse perchè la rete è il centro di un grande motore, è il mezzo di spostamento  di una immensa multiforme, multiequipaggiata  e multi colorata periferia, è il dentro di quelli che stanno fuori e stanno fuori perchè è fuori che dobbiamo vincere tutte le nostre battaglie.

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